dicembre
10
2013

novembre
18
2013

Rino Gaetano

« C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta. »
(Rino Gaetano in un concerto prima di cantare Nuntereggae più nel 1979.)
Rino Gaetano, pseudonimo di Salvatore Antonio Gaetano (Crotone, 29ottobre 1950 – Roma, 2 giugno 1981), è stato un cantautore italiano.
Nato a Crotone, in Calabria da una famiglia originaria di Cutro, Rino Gaetano si trasferisce a Roma all’età di dieci anni, per motivi legati al lavoro dei suoi genitori. Per problemi familiari (il padre soffriva di cuore) nel 1962 Rino venne mandato a studiare in una scuola Apostolica a Narni, in provincia di Terni. Torna nella città capitolina dove vivrà per tutto il resto della sua vita.
Giovanissimo, insieme a un gruppo di amici crea il quartetto dei Krunx, Rino cantava, suonava la chitarra solista e componeva le prime canzoni: in particolare l’originale sigla del complesso “up, up, the Krunx”. Il gruppo eseguiva cover dei Beatles e dei Rolling Stones, spesso in un inglese maccheronico. Importantissima fu l’amicizia con Marcello Casco che con la sua grande esperienza e i suoi consigli lo indirizzò.
Tra l’altro lo introdusse al Puff, il cabaret di Lando Fiorini.
Lì si alternavano Francesco De Gregori che cantava “Roma capitale”, Antonello Venditti che suonava il piano e cantava le sue prime canzoni, e mille altri. Rino musicava qualche testo di Tommy Tedone, scriveva le prime canzoni, cercava contatti con i discografici. Assieme ad uno dei suoi amici più cari, Antonio Salezzari, che per primo credette in lui, si recava alla RCA, poco fuori Roma sulla via Nomentana, dove capitava di intravedere l’inarrivabile Principe (Maurizio Vandelli leader dell’Equipe 84), Gianni Morandi o Ennio Morricone, ma i tempi non erano ancora maturi.
Durante un viaggio a Milano, si propose alla casa discografica Blue Bell; li incontrò Fabrizio De Andrè che lo colpì molto per la sua disponibilità umana. Prima che Rino si esibisse, Fabrizio gli accordò con grande maestria ed estrema facilità la chitarra. Durante il viaggio di ritorno da Milano a Roma in treno, i due amici composero una canzone dedicata ai fatti dei frati di Cassino, accusati di contrabbando di sigarette. Fu l’inizio dell’ironia che permeerà le canzoni di Rino: in essa si sosteneva che i frati giustificassero la loro attività con argomenti religiosi legati al parallelo tra le preghiere e il fumo delle sigarette: entrambi salivano in cielo “così invece di pregare puoi benissimo fumare” concludeva il sermone dell’immaginario fra’ Leone. I due amici si esibirono pure in un locale situato nelle vicinanze del Vaticano che si chiamava Blow up.
Dopo le prime esibizioni al Folkstudio, viene scoperto da Vincenzo Micocci, e il debutto discografico avviene nel 1973: con lo pseudonimo di Kammamuri’s, pubblica per la It il 45 giri I Love You Marianna che potrebbe far pensare alla marijuana ma in realtà qui Rino, pur giocando sul doppio senso, si riferisce all’affetto che lo lega alla nonna Marianna, con la quale giocava da bambino. Nel 1974 pubblica il suo primo album, Ingresso libero, che non ottiene tuttavia particolari riscontri di vendita né di critica,
Il successo arriva l’anno dopo con il 45 giri Ma il cielo è sempre più blu.
Nel 1978 Rino Gaetano partecipa al Festival di Sanremo con la canzone Gianna, piazzandosi al terzo posto, alle spalle dei Matia Bazar e di Anna Oxa, un brano che, grazie anche al trampolino di Sanremo, ottiene un grande successo e rimane per quattro mesi in classifica, vendendo oltre 600 mila copie.
Nello stesso anno conduce un programma radiofonico, intitolato Canzone d’Autore, Artista estremamente poliedrico, nel 1981 recita nel Pinocchio di Carmelo Bene a Roma nel ruolo della volpe.
La carriera e la vita di Rino Gaetano si interrompono tragicamente il 2 giugno 1981 all’età di trent’anni, in un incidente stradale che avviene a Roma, sulla via Nomentana, nei pressi del quartiere Trieste.

Già pochi giorni prima della tragedia, assieme all’amico Bruno Franceschelli, Rino venne coinvolto in un altro incidente automobilistico, dal quale uscì miracolosamente illeso; la sua auto, una Volvo 343, venne completamente distrutta e lui ne acquista subito un’altra uguale, di colore grigio metallizzato. Il secondo incidente invece si rivela fatale: la vettura finisce sulla corsia opposta e si schianta contro un camion, un Fiat 650D. Pur prontamente soccorso ma in fin di vita, il cantante viene rifiutato da ben cinque ospedali, una circostanza sorprendentemente simile a quella narrata in uno dei suoi primi testi, La ballata di Renzo, eseguita dal cantautore durante le sue prime esibizioni al Folkstudio. Muore per la gravità delle ferite riportate, per giunta a pochi giorni di distanza dalla data fissata per il suo matrimonio con la compagna, Amelia Conte, che aveva conosciuto prima ancora della sua carriera musicale. Inizialmente venne sepolto nel piccolo cimitero di Mentana fino al 17 ottobre quando è trasferito al cimitero del Verano, dove la sua salma si trova tuttora.


« …Quando Renzo morì io ero al bar
la strada era buia si andò al San Camillo e lì non l’accettarono forse per l’orario si pregò tutti i Santi ma s’andò al San Giovanni
e li non lo vollero per lo sciopero.… »
(da La ballata di Renzo, 1971 – Rino Gaetano)

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novembre
6
2013

Bronzi di Riace

I Bronzi di Riace sono una coppia di statue bronzee di dimensioni leggermente superiori al vero (altezza: 205 cm e 198cm), di provenienza greca o magnogreca o siceliota, databili al V secolo a.C. e pervenute in eccezionale stato di conservazione. Le due statue – rinvenute nel 1972 nei pressi di Riace, in provincia di Reggio Calabria – sono considerate tra i capolavori scultorei più significativi del ciclo ellenico, e tra le poche testimonianze dirette dei grandi maestri scultori del mondo greco classico. Le ipotesi sulla provenienza e sugli autori delle statue sono diverse, ma non esistono ancora elementi che permettano di attribuire con certezza le opere ad uno specifico scultore.


Il 16 agosto 1972 Stefano Mariottini (un giovane sub dilettante romano) si immerge nel Mar Ionio a 300 metri dalle coste di Riace e ritrova casualmente ad 8 metri di profondità le statue dei due guerrieri che diventeranno famose in tutto il mondo come i Bronzi di Riace. In particolare l’attenzione del subacqueo fu attratta dal braccio sinistro di quella che poi sarebbe stata denominata statua A, unica parte delle due statue che emergeva dalla sabbia sul fondo del mare. Per sollevare e recuperare i due capolavori, i Carabinieri del nucleo sommozzatori utilizzarono un pallone gonfiato con l’aria delle bombole. Così il 21 agosto fu recuperata la statua B, mentre il giorno successivo toccò alla statua A (che ricadde al fondo una volta prima d’essere portata al sicuro sulla spiaggia).
La denuncia ufficiale depositata il 17 agosto 1972 con Protocollo N. 2232, presso la Soprintendenza alle antichità della Calabria a Reggio, in cui Stefano Mariottini “… dichiara di aver trovato il giorno 16 c.m. durante una immersione subacquea a scopo di pesca, in località Riace, Km 130 circa sulla SS Nazionale Jonica, alla distanza di circa 300 metri.

Le due emergenti rappresentano delle figure maschili nude, l’una adagiata sul dorso, con viso ricoperto di barba fluente, a riccioli, a braccia aperte e con gamba sopravanzante rispetto l’altra. L’altra risulta coricata su di un fianco con una gamba ripiegata e presenta sul braccio sinistro uno scudo. Le statue sono di colore bruno scuro salvo alcune parti più chiare, si conservano perfettamente, modellato pulito, privo di incrostazioni evidenti. Le dimensioni sono all’incirca di 1,80 cm.” dal litorale ed alla profondità di 10 metri circa, un gruppo di statue, presumibilmente di bronzo.

Durante i primi interventi di pulitura (eseguiti dai restauratori del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria), apparve evidente la straordinaria fattura delle due statue. Fu confermata infatti la prima ipotesi secondo cui i bronzi dovevano essere autentici esemplari dell’arte greca del V secolo a.C., venuti ad affiancare quindi le pochissime statue in bronzo che sono giunte fino ai noi complete, come quelle conservate in Grecia: l’Auriga di Delfi e il Cronide di Capo Artemisio al Museo Archeologico Nazionale di Atene.
A Reggio l’équipe di tecnici lavorò alla pulitura delle due statue fino al gennaio 1975, quando la Soprintendenza reggina ebbe la certezza che sarebbe stato impossibile eseguire un completo e valido restauro delle statue utilizzando solo i limitati strumenti che erano a disposizione del proprio laboratorio. Fu allora che si decise di trasferirle al più attrezzato Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana,costituito dopo l’alluvione del 1966.
Oltre alla pulizia totale delle superfici eseguita con strumenti progettati appositamente, a Firenze le statue furono sottoposte ad analisi radiografiche, necessarie per conoscerne la struttura interna, lo stato di conservazione e lo spessore del metallo. Le indagini portarono ad un primo esito sorprendente: il braccio destro della statua B e l’avambraccio sinistro su cui era saldato lo scudo risultarono di una fusione diversa dal resto della statua, furono infatti saldati in epoca successiva alla realizzazione della statua in sostituzione delle braccia originali probabilmente per rimediare ad un danneggiamento sopravvenuto quando la statua era già in esposizione. Durante la meticolosa pulizia si scoprirono alcuni particolari per i quali era stato usato materiale differente dal bronzo: argento per i denti della statua A e per le ciglia d’entrambe le statue, avorio e calcare per le sclere, rame per le labbra e le areole dei capezzoli di entrambe le statue. Le operazioni di restauro – che durarono cinque anni – si conclusero il 15 dicembre 1980 con l’inaugurazione di un’esposizione per sei mesi delle due statue sul grande palcoscenico del turismo fiorentino, presso il Museo Archeologico di Firenze come pubblico omaggio all’impegno tecnico e al lavoro ivi svolto. Fu proprio quest’esposizione fiorentina, seguita da quella successiva di Roma, a fare da primo detonatore per il non più tramontato clamoroso entusiasmo nazionale ed internazionale per i due Bronzi trovati a Riace.
Pur essendo stato fatto durante il restauro fiorentino un trattamento conservativo, nei primi novanta sono comparsi numerosi fenomeni di degrado, che hanno consigliato lo svuotamento totale del materiale anticamente servito per modellare le figure (la cosiddetta “terra di fusione”) e parzialmente lasciato dai restauratori fiorentini all’interno delle due statue.
Così nel 1995, terminata la pulizia interna e dopo aver subito un trattamento anticorrosione, i due Bronzi sono stati nuovamente collocati nella grande sala del museo reggino, tenuta a clima controllato con l’umidità al 40-50% e la temperatura compresa tra i 21 e i 23 °C.
Come l’attribuzione dell’autore e l’identificazione delle due statue, è ancora incerta la località di partenza del viaggio di queste statue, perché la nave che li trasportava si trovava lungo una rotta marittima normalmente seguita tra Grecia, Magna Grecia e Italia tirrenica (e viceversa); naturalmente non si hanno poi indicazioni sulla destinazione del trasporto.
Qualcosa si può dire in merito alla presenza delle due statue su una nave che fece naufragio, o che si liberò del peso delle due statue per non affondare, in quel tratto della costa calabra. Infatti le due statue sono praticamente integre (non in pezzi com’erano invece quelle, avviate alla fusione, della nave della Testa del Filosofo), ed hanno ambedue i tenoni in piombo alla base dei piedi che indicano come fossero state in precedenza fissate su basamenti, quindi esposte in pubblico; prendendo in considerazione tutto questo si può verosimilmente pensare che la nave facesse un trasporto per traffico antiquario di statue che non erano più riconosciute come simboli ma considerate solo come opere d’arte. Come conseguenza di questa ipotesi del commercio antiquario, si può anche ipotizzare l’arco di tempo nel quale avvenne il trasporto e l’affondamento delle due statue: tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., quindi durante il periodo in cui fu forte l’innamoramento romano per la cultura greca.
L’ultimo restauro del 2010 ha chiarito, definitivamente e scientificamente, la tecnica di costruzione “a cera persa”:
Si sono potuti osservare i segni dei chiodi, a testa quadrata, utilizzati dagli Artisti per mantenere ferma la struttura durante la sua costruzione. Alcuni di questi chiodi risultano ancora presenti nel corpo delle statue. Si sono potute osservare le diverse forme di cera che sono servite per costruire le parti del corpo. Nelle lastre effettuate emergono

anche le fratture delle lamine di bronzo, in particolare sulla punta del naso del Giovane e su una parte di barba.

Tali fratture, se non curate potrebbero compromettere la stabilità della barba. Adesso si conosce anche la percentuale esatta della lega utilizzata per la costruzione delle due statue; una statua di ottima fattura, l’altra meno. All’interno delle due statue, al termine del restauro, è stato inserito un prodotto chimico che le preserverà dalla corrosione. Anche esternamente, è stato utilizzato un prodotto che non ha alterato il colore del bronzo e le preserverà dagli agenti corrosivi esterni.

ottobre
15
2013

festa Maria S. S. del Rosario

Oggi si festeggia Maria SS.  del Rosario che si venera in Pernocari la seconda domenica di ottobre. I festeggiamenti prettamente religiosi sono stati curati principalmente dal sacerdote della comunità Don Rocco Arena e dalla “confraternita Maria S.S. del Rosario ed Anime Sante del Purgatorio di Pernocari”.
Giorno 3 ottobre la comunità si è raccolta per l’inizio della novena, fino ad arrivare ad oggi giorno della festa. Nell’omelia durante la solenne celebrazione Don Rocco ai numerosi fedeli ha rivolto l’invito ad essere presenti non solo il giorno della festa ma anche durante i nove giorni di preparazione ed ha invitato a privilegiare gli aspetti spirituali e non quelli materiali e consumistici. Dopo la funzione religiosa si è svolta la processione per le vie del paese, con l’ auspicio che Maria SS. del Rosario raccolga con un abbraccio sotto il suo Santo manto tutta la comunità di Pernocari.


settembre
20
2013

Ancora un altro successo per il cantautore Peppe Columbro

FILANDARI – La strada era ed è in salita, ma è li che il rocciatore esalta se stesso, con arrampicate solitarie e decise e con gli occhirivolti alla vetta.

Il percorso artistico di Peppe Columbro, il giovane cantautore nativo di Mesiano ma residente a Messina, è spesso irto di difficoltà e di insidie, ma tuttavia, grazie alla determinazione e alla caparbietà di questo singolare artista, prosegue nei progetti già tracciati e in quelli che nascono in maniera quasi estemporanea. L’estate che volge al termine, infatti, rappresenta per l’autore di “Lo chiamavano Peter Pan” un periodo di successi, esibizioni che lo hanno visto protagonista assoluto in varie manifestazioni musicali di alto livello in campo nazionale. Dopo il primo posto al festival internazionale per giovani talenti svoltosi a Contursi Terme, nel carnet artistico di Columbro si inserisce a pieno titolo un altro primo posto per il migliore arrangiamento al concorso musicale di Ischia, tenutosi nei primi giorni di questo mese.

«E’ sta un’altra bella esperienza – ha commentato al ritorno il cantautore -La mia “Lo chiamavano Peter pan” ha convinto la qualificata giuria che ne ha premiato l’arranggamento, un riconoscimento che va non solo a me, ma all’intera band che mi segue nei miei concerti››. Accanto a queste due importanti tappe del suo ancor giovane percorso artistico, Columbro può a ragione annoverare i tanti apprezzamenti e i convinti consensi raccolti nelle varie piazze calabresi in cui si è esibito, ad incominciare dalla sua Mesiano e da ultimo Capo Vaticano. Il suo nome e già nell’agenda di vari agenti di spettacolo e di critici musicali, le sue canzoni sono trasmesse in diverse radio, la sua voce incomincia a diventare popolare. Ma il mondo dello spettacolo – e questo lui lo sa bene – è molto difficile, pieno di insidie e di imprevisti, di sgomítate per arrivare prima degli altri e di gente che dietro lauti compensi ti promette il cielo. lui in mezzo a questo mondo si sente un estraneo,continua a sognare e a scrivere testi a modo suo, con parole fuori da ogni schema e che sanno comunicare le emozioni che egli stesso prova nel comporli.
Guarda il mondo attorno a se, pensa, scrive e canta, con la sua immancabile chitarra e con gli amici che da alcuni anni compongono la sua band, seri e bravissimi professionisti della musica. Tra i prossimi appuntamenti c’è un concerto a Bra, in Piemonte, e poi, a fine ottobre, il prestigioso premio Mia Martini, a cui ha avuto la strada spianata dall’affermazione di Contursi. Intanto, dopo la piacevole parentesi estiva, Peppe è tornato a Messina, con a testa divisa tra la sua musa-musica e gli studi di Biologia, un esame dalla laurea, per la gioia dei genitori e del fratello Luca, per altro i suoi primi fans.
La sua mente, intanto, continua a rincorrere un sogno, inseguito testardamente da due anni, quello del festival di Sanremo, dove stava per arrivarci nel 2012 attraverso i voti espressi sull’apposito social della manifestazione ligure. Nel febbraio di quest’anno ci è andato, non sul palco dell’Ariston, ma in uno spazio messo a disposizione dagli organizzatori per le giovani promesse della musica. .E” stata comunque una bella vetrina, dove Columbro ha avuto modo di fare sentire i suoi brani e dove ha potuto entrare in contatto con ‘importanti esperti del settore, che ne hanno apprezzato la vena poetica e originalità musicale. Per il Sanremo 2013 mancano ancora cinque mesi, ma lui ci sta pensando. Una eventuale affermazione al Mia Martini potrebbe spianargli un po la strada, di cui comunque conosce le difficoltà e gli imprevisti.
Ma Peppe Columbro non demorde. la scalata è appena iniziata, la montagna è alta e i pendii per nulla agevoli. Lui si arrampica aiutandosi con le corde della sua chitarra e con i ramponi di una forza di volontà che rompe anche il ghiaccio più duro. La vetta è ancora lontana, ma dietro le nuvole che la circondano c”è la certezza di un sole che prima o poi dovrà affacciarsi.

di FRANCO PAGNOTTA
tratto da

settembre
6
2013

Don Rocco «Sarò il parroco di tutti»

Dal presule il grazie a don Pagnotta e l’invito ai fedeli a superare le piccole divisioni

«Sarò il parroco di tutti»

Don Rocco Arena si insediato a Pernocari alla presenza del vescovo Renzo
ROMBIOLO – La parrocchia “Maria Santissima Immacolata” di Pernocari ha il nuovo parroco. Si chiama don Rocco Arena, 46 anni, nativo di Scaliti di Filandari e proveniente da Francica.
Dopo quasi diciassette anni di ininterrotto servizio pastorale, dunque, il vescovo Luigi Renzo ha deciso di trasferire don Antonio Pagnotta (assente alla; cerimonia) nella vicina Moladi (lasciata libera da don Giuseppe, Lopresti, che tra pochi giorni andrà a Ricadi, lasciandogli anche la parrocchia di Garavati che già guidava.
La cerimonia di possesso canonico è avvenuta l”altra sera nella chiesa parrocchiale con una solenne celebrazione eucaristica presieduta dallo stesso monsignor Renzo e concelebrata,oltre che da don Arena, dal parroco di Rombiolo don Raffaele Arena, don Saverio Callísti, don Pietro Pontoriero e don Graziano Maccarone, segretario del vescovo.
Tra i banchi molti fedeli, con in testa il sindaco Giuseppe Navarra affiancato dal comandante della polizia municipale Nicola Marturano e i rappresentanti della confraternita del Rosario. I momenti dell’ufficialità sono stati scanditi dalla bolla di nomina letta da don Maccarone e dal giuramento del neo parroco,a cui è seguita la firma dei testimoni (don Raffaele Arena e don Saverio Callisti). La celebrazione e proseguita, quindi, con la normale eucaristica e della parola , che nell’omelia del vescovo ha avuto uno dei momenti più significativi.
Il presule, dopo avere porto i saluti alla comunita e al sindaco Navarra (“E’ importante che i responsabili della vita civile e religiosa camminino insieme”), ha rivolto parole di ringraziamento al nuovo parroco e al suo predecessore “che ha detto – dopo tanti anni di apostolato a accettato con docile obbedienza il trasferimento in un’altra comunità. Cosa non facile-ha aggiunto – ma nella chiesa non esistono più i preti inamovibili, i sacerdoti, come Gesù e gli apostoli, non sono fatti per fermarsi ma per camminare”. Prendendo poi spunto dalla pagina evangelica (la guarigione della suocera di Pietro), il presule ha invitato i gruppi pastorali e gli stretti collaboratori a farsi tramite tra la comunità e la nuova guida pastorale per creare momenti di condivisione e di unità, invitando tutti a ritrovare quella compattezza necessaria per intraprendere un cammino di fede che veda tutti positivi protagonisti.
››Ciascuno di voi, assieme al nuovo parroco – ha invitato monsignor Renzo – ha il compito di contribuire all’unità e all’armonia dell’intera comunità, senza tagliarvi le gambe l’uno con l’altro, senza lettere anonime, che è da vigliacchi, ma con il dialogo, con la sincerità del cuore››; Parole, queste, sottolineate da uno scrosciante applauso, interpretato dal vescovo come una generale volontà di incominciare a lavorare seriamente per superare quelle piccole divisioni che non fanno bene a nessuno e che frenano il percorso di fede di crescita sociale.
Un’omelia che è stata accolta dai presenti come uno sprone a guardare al presente e a pensare ad un futuro nuovo, fatto di comprensione reciproca, di concreta solidarietà, di sincerità, valori indispensabili per offrire alle nuove generazioni un ambiente sociale positivo e favorevole alla loro crescita. Al termine della santa messa ha preso la parola Sebastiano Navarra, priore della Confraternita, il quale ha rivolto un affettuoso saluto al nuovo parroco e ringraziato don Pagnotta per lavoro svolto in tanti anni di ministero in questa comunità., non tralasciando di ricordare i sacerdoti che si sono succeduti negli ultimi cento anni nella parrocchia (tra questi, don Cristoforo Mazza e don Salvatore Sangeniti).
«Don Rocco – ha aggiunto rivolgendosi la nuovo parroco – sia il benvenuto tra noi. L’accogliamo con gioia e con la certezza che ella sarà sempre vicino a noi, specialmente ai deboli, agli ammalati, ai bambini». E’ toccato al nuovo parroco, quindi, porgere i saluti alla sua nuova comunità. E lo ha fatto con semplicità, senza giri di parole, con quella concretezza ed essenzialità che gli appartiene, indirizzando innanzitutto parole di sincera stima nei riguardi di don Antonio Pagnotta, che ha detto di invitare a concelebrare la messa solenne di domenica prossima. “Sarò il parroco di tutti – ha poi aggiunto don Rocco – vicino a ciascuno di voi. Potrete contare sulla mia presenza e sul mio impegno a camminare assieme a voi, con l’unico obiettivo di vivere i valori della fede e dell’unità. Una strada non impossibile se ciascuno di voi farà la sua parte, collaborando con sincerità ed entusiasmo, mettendo da parte ciò che divide e cercando ciò che unisce” Il nuovo corso è iniziato. All’insegna della comune volontà di rimboccarsi le maniche per ritrovare quell’unità che negli ultimi tempi era sembrata vacillare.
di FRANCO PAGNOTTA

tratto da

settembre
1
2013

Don Pagnotta lascia Pernocari

Rombiolo- Diciotto anni fa raccolse il testimone da don Sangeniti.
«Se ho sbagliato chiedo perdono»

Don Pagnotta lascia Pernocari

Trasferito dal vescovo a Moladí, al suo posto chiamato don Rocco Arena

Una notizia che era nell’aria da qualche tempo e che il diretto interessato ha ufficializzato solo l’altra mattina nel corso della messa.
Don Antonio Pagnotta ha lasciato la parrocchia di Pernocari, o sarebbe meglio dire, si è adeguato alla decisione del vescovo della diocesi di Mileto-Tropea-Nicotera. Ha risposto “obbedisco” ad una disposizione di monsignor Luigi Renzo che lo ha trasferito alla parrocchia di Moladi (lasciata libera da don Giuseppe LoPresti), che va ad aggiungersi a
quella di Garavati (già retta da don Antonio).
Un normale avvicendamento tra parroci?
Sicuramente. Eppure in paese c’è chi alimenta il sospetto che vuole il giovane sacerdote vittima del clima di veleni, sfiducia e discordia che pare abbia segnato negli ultimi tempi la comunità parrocchiale pernocarese.
Illazioni? Può darsi. Sta di fatto, però, che dopo 18 anni di ministero Pernocari “ha perso” lo storico pastore che raccolto il testimone dall`indimenticato don Salvatore Sangeniti, il cui vivido ricordo è
impresso nel cuore di tutti (credenti e agnostici). Un giovane religioso
Don Antonio Pagnotta, dai tratti bonari e dal carattere mite che ha sempre esercitato il proprio alto magistero con dedizione, confrontandosi giornalmente con i propri parrocchiani e a stretto contatto coni giovani. E probabilmente questo suo essere pacato nei toni e conciliante nelle discussioni, interpretati come eccessiva debolezza, gli ha alienato le simpatie di una minoranza di fedeli che evidentemente non l’ha capito a sufficienza e per come meritava.
Per carità, non si vogliono negare i suoi errori, che ci sono
stati, ma “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Diffusa si la “novita”, nel piazzale antistante la chiesa di Rombiolo, il cronista è stato avvicinato da una fedele pernocarese. Questa si è lasciata andare ad uno sfogo appassionato;«La maggioranza di Pernocari ha voluto bene e vuole bene a don Antonio la cui unica colpa è quella di essere un buono e di aver condotto più che comandato il gregge. Dispiace poi che il suo allontanamento stia avvenendo nel’indifferenza
generale, come se 18 anni si potessero cancellare con un
colpodispugna».
Parole pungenti verosimilmente dettate dall”emozione del momento. A scanso di equivoci lo ribadiamo: quelle esposte sono congetture tutte
da dimostrare. Alla fine la decisione del vescovo sarà stata scevra da considerazioni di altra natura se non quella organizzativa. Tuttavia, come ebbe a dire Giulio Andreotti in una delle sue urticanti massime, “a pensar male si fa peccato ma talvolta si indovina”.
Don Antonio Pagnotta, dal canto suo, ha smentito ogni ipotesi “complottista” limitandosi a «ringraziare i pernocaresi perché per quasi
venti anni mi hanno permesso di fare parte della loro comunità. Sono stati anni che mi hanno arricchito umanamente e spiritualmente. Serberò sempre affetto e stima per tutti i parrocchiani di Pernocari ai quali domando perdono se involontariamente ho mancato. Ringrazio anche il vescovo alla cui saggezza e guida mi rimetto completamente». A rimpiazzare don Antonio Pagnotta è stato inviato don Rocco Arena il cui insediamento ufficiale è previsto per la prossima settimana.

di NICOLA COSTANZO
tratto da


agosto
10
2013

Programma festa in onore di S. Sebastiano Martire

agosto
8
2013

Il Telaio 2013

agosto
2
2013

Peppe Columbro in Concerto

Anche noi di www.pernocari.org

saremo presenti all’evento…


Peppe Columbro Nasce a Vibo Valentia il 24/09/1986, trascorre la sua infanzia a Mesianopiccolo paesino della provincia vibonese, fin da piccolo mostra le sue doti musicali imitando con una tastierina i motivetti delle pubblicità in televisione. All’età di otto anni inizia a studiare la sua passione in una scuola privata, dove acquisirà le prime nozioni sul solfeggio e sulle dinamiche della tastiera, proseguirà gli studi per tre anni , quando inizierà la sua carriera da pianista al conservatorio F. Torrefranca di Vibo Valentia, seguito dalla Prof. Angela Liviera Zugiani .
All’età di 17 anni inizia a sentire l’esigenza di una musica più libera, infatti innamorato fin da piccolo dei grandi cantautori tra cui F. De Andrè, che considera il suo maestro di pensiero, oltre che uno dei più grandi artisti della nostra epoca, decide di abbandonare gli studi classici e comincia a scrivere canzoni.Nel 2005 si trasferisce a Messina, dove frequenta la facoltà di Biologia, qualche anno più tardi lavorerà nella stessa Università come ricercatore. Questo è un momento molto importante per la sua maturazione artistica , infatti ha l’occasione di conoscere molti musicisti e pensatori locali che arricchiranno di molto il suo bagaglio musicale e culturale, infatti inizia a collaborare con diversi artisti, che lo accompagneranno nei concerti in Sicilia.Nel 2006 con la collaborazione di Gianluca Rando, pubblica il suo primo singolo dal titolo: “Faber”, che riscuote un apprezzabile successo nella provincia di Vibo Valentia, dove inizia a farsi conoscere come cantautore, sarà ospite in diverse manifestazioni regionali e in diverse radio e televisioni calabresi, dove parlerà del suo progetto e della sua idea di libertà che vuole portare avanti attraverso la musica.Nel 2007 inciderà una demo di 10 brani, dove affronta diverse tematiche che riguardano il momento storico italiano, la guerra in Medio-Oriente, la politica italiana, ma anche la vita comune e “normale” di chi subisce questa società che spesso non si ricorda quali siano le verità della vita, ma si impegna a crearne di nuove, per convincere chi non ha il diritto di alzare la voce che tutti abbiamo la stessa importanza sociale, anche se realmente non è così .Questa è la vera missione del cantautore Vibonese: sensibilizzare il mondo verso quello che c’è, ma non si vede.
Nella primavera del 2009 incide un EP dal titolo: ” Sotto lo stesso cielo” realizzato prevalentemente con strumenti acustici, tipici della cultura musicale mediterranea.Ad agosto 2009 partecipa al concorso canoro: ” Una voce per lo Jonio”, che si svolgerà in diverse piazze calabresi con il brano: “Portami via”, sarà ascoltato e apprezzato da Vince Tempra, Enzo Miceli e Marco Rinalduzzi, componenti della giuria. Il brano oltre che a consegnargli il primo posto nella manifestazione di Badolato Marina e il secondo posto in quella a Sant’Andrea Apostolo dello Jonio , riscuote molto successo anche nel pubblico che inizia a seguirlo nelle sue esibizioni costituendo il primo : “Peppe Columbro Fan Club”.A febbraio 2012, si presenta al Festival di Sanremo, nella categoria “giovani” col brano : “Lo chiamavano Peter Pan”, ma non riesce ad arrivare al palcoscenico sanremese , continuerà quindi la produzione dell’album , composto da nove canzoni, suonate da diversi musicisti messinesi: Gilberto Di Gioia alle percussioni, Pippo Mafali al basso, Peppe Russo alla fisarmonica, Gianluca Rando alle chitarre, Marco Modica al violino, Margherita Bertuccelli cantante e corista, Francesco Lo Nobile al sax ed ovviamente il suo maestro Riccardo Wanderlingh, che collaborerà con lui per l’intero progetto come arrangiatore e tecnico del suono.

A gennaio 2013 esce il suo lavoro, pubblicato dalla Smilax Publishing e presentato a Ferrara al teatro Sala Estense il 13 gennaio, in un raduno dei cantautori italiani dove sono presenti : Flaco Biondini, Gli Arangara, Gian Luigi Lago, Alfonso De Pietro, che si esibiranno sul palco dopo di lui. Il disco viene apprezzato dalla critica locale e nazionale, appena rientrato a Messina sarà ospite delle radio cittadine dove comincerà la sua stagione live
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