agosto
2
2013

Peppe Columbro in Concerto

Anche noi di www.pernocari.org

saremo presenti all’evento…


Peppe Columbro Nasce a Vibo Valentia il 24/09/1986, trascorre la sua infanzia a Mesianopiccolo paesino della provincia vibonese, fin da piccolo mostra le sue doti musicali imitando con una tastierina i motivetti delle pubblicità in televisione. All’età di otto anni inizia a studiare la sua passione in una scuola privata, dove acquisirà le prime nozioni sul solfeggio e sulle dinamiche della tastiera, proseguirà gli studi per tre anni , quando inizierà la sua carriera da pianista al conservatorio F. Torrefranca di Vibo Valentia, seguito dalla Prof. Angela Liviera Zugiani .
All’età di 17 anni inizia a sentire l’esigenza di una musica più libera, infatti innamorato fin da piccolo dei grandi cantautori tra cui F. De Andrè, che considera il suo maestro di pensiero, oltre che uno dei più grandi artisti della nostra epoca, decide di abbandonare gli studi classici e comincia a scrivere canzoni.Nel 2005 si trasferisce a Messina, dove frequenta la facoltà di Biologia, qualche anno più tardi lavorerà nella stessa Università come ricercatore. Questo è un momento molto importante per la sua maturazione artistica , infatti ha l’occasione di conoscere molti musicisti e pensatori locali che arricchiranno di molto il suo bagaglio musicale e culturale, infatti inizia a collaborare con diversi artisti, che lo accompagneranno nei concerti in Sicilia.Nel 2006 con la collaborazione di Gianluca Rando, pubblica il suo primo singolo dal titolo: “Faber”, che riscuote un apprezzabile successo nella provincia di Vibo Valentia, dove inizia a farsi conoscere come cantautore, sarà ospite in diverse manifestazioni regionali e in diverse radio e televisioni calabresi, dove parlerà del suo progetto e della sua idea di libertà che vuole portare avanti attraverso la musica.Nel 2007 inciderà una demo di 10 brani, dove affronta diverse tematiche che riguardano il momento storico italiano, la guerra in Medio-Oriente, la politica italiana, ma anche la vita comune e “normale” di chi subisce questa società che spesso non si ricorda quali siano le verità della vita, ma si impegna a crearne di nuove, per convincere chi non ha il diritto di alzare la voce che tutti abbiamo la stessa importanza sociale, anche se realmente non è così .Questa è la vera missione del cantautore Vibonese: sensibilizzare il mondo verso quello che c’è, ma non si vede.
Nella primavera del 2009 incide un EP dal titolo: ” Sotto lo stesso cielo” realizzato prevalentemente con strumenti acustici, tipici della cultura musicale mediterranea.Ad agosto 2009 partecipa al concorso canoro: ” Una voce per lo Jonio”, che si svolgerà in diverse piazze calabresi con il brano: “Portami via”, sarà ascoltato e apprezzato da Vince Tempra, Enzo Miceli e Marco Rinalduzzi, componenti della giuria. Il brano oltre che a consegnargli il primo posto nella manifestazione di Badolato Marina e il secondo posto in quella a Sant’Andrea Apostolo dello Jonio , riscuote molto successo anche nel pubblico che inizia a seguirlo nelle sue esibizioni costituendo il primo : “Peppe Columbro Fan Club”.A febbraio 2012, si presenta al Festival di Sanremo, nella categoria “giovani” col brano : “Lo chiamavano Peter Pan”, ma non riesce ad arrivare al palcoscenico sanremese , continuerà quindi la produzione dell’album , composto da nove canzoni, suonate da diversi musicisti messinesi: Gilberto Di Gioia alle percussioni, Pippo Mafali al basso, Peppe Russo alla fisarmonica, Gianluca Rando alle chitarre, Marco Modica al violino, Margherita Bertuccelli cantante e corista, Francesco Lo Nobile al sax ed ovviamente il suo maestro Riccardo Wanderlingh, che collaborerà con lui per l’intero progetto come arrangiatore e tecnico del suono.

A gennaio 2013 esce il suo lavoro, pubblicato dalla Smilax Publishing e presentato a Ferrara al teatro Sala Estense il 13 gennaio, in un raduno dei cantautori italiani dove sono presenti : Flaco Biondini, Gli Arangara, Gian Luigi Lago, Alfonso De Pietro, che si esibiranno sul palco dopo di lui. Il disco viene apprezzato dalla critica locale e nazionale, appena rientrato a Messina sarà ospite delle radio cittadine dove comincerà la sua stagione live
,

agosto
1
2013

Alma Tellus -convegno-dibattito-

luglio
21
2013

Santa Filomena V.M.

E’ una delle sante più controverse dell’agiografia cristiana. Si parte dalla scoperta di tre tegole di terracotta con su dipinta la scritta “Pax tecum Filomena”, trovate nel cimitero di Priscilla, che ricoprivano i suoi resti mortali affiancati da un’ampolla cimiteriale; e si prosegue con una “Rivelazione” scritta da suor Maria Luisa di Gesù, terziaria domenicana di Napoli (1799-1875) la quale chiese alla santa di rivelare la sua storia e martirio durante le sue visioni. Questa “rivelazione” ebbe l’approvazione della Chiesa (S. Uffizio, 21 dicembre 1833). Secondo questa, Filomena era figlia di un re della Grecia che insieme alla moglie si era convertito al cristianesimo, nacque il 10 gennaio e verso i 13 anni consacrò con voto la sua castità verginale.
In quel periodo l’imperatore Diocleziano dichiarò guerra a suo padre ingiustamente, il quale si portò a Roma con la sua famiglia per trattare una pace. Qui subentra la parte più, diciamo, fantasiosa della “rivelazione”.
L’imperatore se ne innamora e al suo rifiuto la sottopone ad una serie di tormenti: flagellazione con guarigione angelica, annegamento con rottura dell’ancora, saettamento con deviazione delle frecce e infine decapitazione finale alle tre del pomeriggio. Due ancore, tre frecce, una palma e un fiore sono simboli che erano raffigurati sulle tegole del cimitero di Priscilla e furono interpretati come simboli del martirio.
Il culto ebbe origine il 25 maggio 1802 con la ricognizione dei resti mortali nel cimitero di Priscilla, l’ampolla con un liquido scuro essiccato creduto sangue, convinse di trattarsi di una martire.
Un secondo fatto avvenne quando il sacerdote nolano Francesco De Lucia accompagnando a Roma il novello vescovo di Potenza mons. De Cesare, chiese a mons. Ponzetti custode delle reliquie, in dono le stesse; ottenutole esse furono trasportate prima a Napoli e poi a Mugnano del Cardinale nella chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, una statua trasudò per tre giorni consecutivi e altri prodigi avvennero, lo stesso mons. De Lucia lo racconta nella sua “Relazione istorica della traslazione del sacro corpo di s. Filomena da Roma a Mugnano del Cardinale”.
Il papa Leone XII attirato dai prodigi concesse al Santuario di Mugnano la lapide originaria che Pio VII aveva fatto trasferire nel lapidario Vaticano. Nel 1833 si inserì in questo contesto la “Rivelazione” di suor Maria Luisa di Gesù, il culto si propagò enormemente sia in Italia che in Francia, predicatori e missionari ne diffusero il culto in Europa, Stati Uniti, Canada, Cina; numerose Congregazioni, arciconfraternite, movimenti cattolici sorsero intestati al suo nome; poesie, inni sacri furono composti per diffonderne ulteriormente il culto.
Nel contempo dopo la pubblicazione delle “Rivelazioni” cominciò a sorgere un movimento critico nei riguardi della sua storia, con lo studio più approfondito dei reperti archeologici i quali non furono ritenuti più certi di appartenere ad una tomba di una martire mancando su di esse la scritta ‘martyr’ e assodando che le tegole erano state riutilizzate successivamente nel sec. IV e in un tempo di pace. Nell’ampolla trovata accanto non vi era sangue ma profumi tipici delle sepolture dei primi cristiani.
In definitiva i resti mortali ritrovati nel loculo nel 1802 erano di una fanciulla morta nel IV secolo sul cui sepolcro erano state utilizzate tegole con iscrizioni di un precedente sepolcro.
Venne così a cadere la certezza del martirio e la Sacra Congregazione dei Riti nella Riforma Liturgica degli anni ’60 tolse dal calendario il nome di Filomena, tenendo presente le conclusioni degli studiosi.
Restano i miracoli avvenuti, i riconoscimenti ufficiali della Chiesa dello scorso secolo, la devozione personale a s. Filomena di papi e futuri santi, il larghissimo e diffuso culto, nonostante tutto mai cessato, in particolare a Mugnano del Cardinale (Diocesi di Nola) dove arrivano di continuo pellegrinaggi da ogni parte del mondo al suo Santuario, dando vita anche a manifestazioni di folklore e intensa devozione popolare.

Anche a Pernocari è molta la devozione a Santa Filomena V.M. Oggi i festeggiamenti in suo onore.

luglio
13
2013

Estate Rombiolese

luglio
9
2013

La storia dei giganti Mata e Grifone

Mata era figlia di un nobile, tale Cosimo II di Castellaccio e Camaro. Il suo vero nome era Marta.

Grifone era un saraceno di grande mole, a capo di un esercito conquistatore. Il suo vero nome era Hassan Ibn Hammar (da cui derivò poi Dinnammare) e il nome Grifone derivò da Grifo, che era una carica politica dell’epoca.

In quel periodo Messina era sottoposta alle scorrerie dei saraceni e, proprio in una di queste occasioni, Ibn-Hammar, adocchiò Mata.
Il gigante moro si innamorò della ragazza, tanto da chiederla in sposa al padre, il quale però gliela rifiutò, perchè non di fede cattolica.
Il saraceno se la ebbe a male e persa la testa cominciò a commettere scorribande feroci, senza risparmiare crudeltà agli abitanti del luogo.
Per porre fine a questa situazione drammatica, il nobile messinese decise di acconsentire alle nozze, ma Mata pose la condizione che il saraceno dovesse convertire prima al cristianesimo.

 Il giovane, allora per amore, accettò la condizione, si convertì al cristianesimo e prese il nome di Grifo, ma, essendo grande e grosso, venne subito appellato Grifone.
Grifone, una volta sposato, smise di fare scorrerie e si dimostrò gentile e sinceramente innamorato e il matrimonio con Mata si rivelò molto prolifico, tanto da mettere al mondo moltissimi figli. A causa della sua numerosa prole, nacque la leggenda che Mata e Grifone furono i progenitori dei messinesi.

Altri raccontano che quando Re Ruggero, iniziatore della stirpe normanna, è riuscito a conquistare la Sicilia e restituirla alla religione cristiana nel XI sec. in città ( a Messina e paesi limitrofi) governavano Grifone , re arabo e sua moglie Mata, autoctona di Camaro.

Ruggero fece una sfilata trionfale in città con alla testa una statua della vergine Maria e dietro i prigionieri arabi e tra di essi c’erano il Re e la Regina a cavallo che seguivano il carro del Re Cristiano. Ecco perchè i giganti sfilano ballano a ritmo di tamburo per le vie die paesi portando gioia e allegria nei grandi e nei piccini.

 

 

 

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giugno
27
2013

giugno
24
2013

La Zampogna

 

La zampogna è diffusissima in Calabria, pur essendo presente in tutta la musica popolare europea, e la incontriamo durante le feste paesane, i pellegrinaggi, le manifestazioni folkloristiche e in tante occasioni religiose e profane. E’ uno strumento che ci è tanto caro in quanto ci riporta nell’atmosfera festosa del Natale e alle sue belle melodie. Il suono dolce della zampogna è dato dalle canne che essa presenta e da una sacca di pelle (otre) che serve come deposito di aria. In Calabria le zampogne sono a quattro o a cinque canne; l’otre è ricavata dalla pelle di pecora o capra e la sua dimensione è proporzionale a quella delle canne. Se ne trovano in Calabria di quattro tipi: surdulina, a chiave, a paro, moderna.

La zampogna suona insieme all’organetto, alla chitarra battente, al tamburello, al doppio flauto, ma viene impiegata anche per accompagnare il canto. E a tal proposito, c’è da dire che l’esecuzione del canto, nell’emissione vocale dell’interprete, in questo caso specifico, è un fatto assai degno di nota: il cantante imita con la propria voce lo strumento, tenendo le note lunghe ad ogni finale di strofa ed avvicinandosi il più possibile all’intonazione della zampogna. Il suo repertorio è rappresentato da pastorali e tarantelle.
Per quanto riguarda la tecnica di esecuzione, c’è da dire che la zampogna, affinché possa essere ben suonata, richiede un notevole sforzo fisico. Il sacco viene riempito d’aria con la bocca e sostenuto col braccio dell’esecutore. Dato che le ance sono poste in vibrazione dall’aria che fuoriesce dall’otre, il suonatore ha la possibilità di respirare senza interrompere la continuità del suono. Nell’otre sono inserite sia le canne della melodia che quelle di bordone per cui è possibile ricavarne le note attraverso l’apertuta e la chiusura dei fori posti su di esse.

 

Le Zampogne del Poro

Gli ultimi depositari della musica etnica dell’area del Poro sono i componenti della famiglia Crudo di Rombiolo, che hanno dato origine alla Fanfara Fiorita; gruppo composto da cinque elementi che suonano, prevalentemente, strumenti tipici della tradizione musicale popolare calabrese.

giugno
10
2013

Vncenzo Ammirà

Vincenzo Ammirà (Vibo Valentia, 2 ottobre 1821 – Vibo Valentia, 3 febbraio 1898) è stato un poeta italiano.
Nato a Monteleone di Calabria, l’attuale Vibo Valentia, da Domenico, farmacista, e da Maria Lo Judice, nel rione Carmine (attuale via Ammirà). Ebbe per maestro Raffaele Buccarelli, insigne umanista e patriota. Nel 1849 sposò Caterina Giannotta, dalla quale ebbe sei figli. Nel 1847/48 fu tra i più attivi animatori del Comitato rivoluzionario monteleonese ed in questo periodo delle liriche patriottiche.

A causa di queste sue idee, la polizia borbonica lo sottopose a processo. Durante una perquisizione trovarono a casa sua unacopia manoscritta de La Ceceide e del Decamerone e lo accusarono di «detenzione e scritto di canzone contrari al buon costume e di detenzione di libro che offende il buon costume». Il 28 aprile 1854 il tribunale gli commutò la condanna a due mesi di esilio correzionale e una multa di venti ducati. La persecuzione politica nei suoi confronti si intensificò dopo la condanna, fino a quando nel 1858 fu arrestato e condotto in carcere. Seguì Garibaldi nel suo passaggio a Vibo Valentia, il 27 agosto 1860, e con lui combatté a Soveria Mannelli. In una poesia, In morte di Giuseppe Garibaldi, il poeta accenna al suo incontro con l’Eroe dei due Mondi). Non riuscì mai a ottenere una cattedra al liceo della sua città, cosicché deluso ed in ristrettezze economiche, continuò a dare lezioni private. Solo tra il 1866 e il 1868 fu impiegato nel locale ufficio del Dazio. Morì, dimenticato da tutti, il 3 febbraio 1898. I giornali locali non diedero notizia della sua morte. Solo Luigi Bruzzano, su «La Calabria» del 3 agosto di quell’anno, ricordò la figura e l’opera del poeta.

Scrisse versi sia dialettali che in italiano tra cui una libera traduzione dell’Eneide. Il lavoro a cui deve la notorietà è Ceceide un poemetto dialettale in cui le varie componenti quali la voluttà, la satira, lo scurrile ed il fantastico si compenetrano. Altra opera molto conosciuta è la poesia A Pippa 1886. Pubblicò anche un volume di Poesie giovanili (Tipografia Troyse, Monteleone 1861), in cui raccolse i versi in lingua e la novella I Romiti. Altre poesie le pubblicò in giornali e riviste: A la luna, in «L’Avvenire Vibonese», 20 agosto 1882; Addio alla cetra, in «Strenna dell’Avvenire Vibonese», 1885; Donna Fulgenzia, ivi, 1887; La lacrina, ivi, 1888; Lamentu di ‘na monaca, ivi 1889; Lu candidatu Lipari, in «La Sentinella», I, n. 1, Monteleone 1889; Nu dujellu arricchi, in «La Falce», I, n. 5, Monteleone 1891. Nel 1928 il figlio, Domenico Ammirà, raccolse in due volumi una parte delle opere del padre: Tragedie, poesie e Poesie dialettali, Froggio, Vibo Valentia 1928. Il primo volume, oltre alle diverse poesie non suddivise per argomento o per ordine cronologico, contiene le due tragedie scritte da Ammirà, Valenzia Candiano e Lida, databili tra il 1848 e il 1860. Il secondo volume comprende le poesie dialettali, con esclusione delle poesie oscene. Raccolse anche alcuni scritti critici sul padre nel volume La Calabria e Vincenzo Ammirà, Tipografia Passafaro, Vibo Valentia, s. a. [ma 1930.
Ma Ammirà non è e non deve essere solo l’autore della “Ceceide” che tanto scalpore suscitò in Calabria e fuori; la sua fervida mente ha prodotto ben altro: basterebbe da sola “A Pippa”, vero gioiello d’arte che tutti dovremmo conoscere, a dare al Nostro la fama di poeta. Ammirà dimostra come la “Pippa” sia stata la sola e fedele compagna della sua vita e che, sia nelle tristi che nelle liete vicende non l’ha mai abbandonato:

(clicca sul titolo per ascoltare la poesia)

‘A pippa

Cara, fidata cumpagna mia,
Affommicata pippa di crita,
Tu di chist’anima gioia, allegria,
Tu sai la storia di la mia vita,
E nuju, nuju megghiu di tia
Pe quant’e’ longa, quant’e’ pulita;
Tu m’ajutavi quandu la musa
Facia lu gnocculu, trova scusa.
Di dudic’anni ‘mbucca ti misi,
Mi piacisti, ti spissijai,
Di journu a juornu, di misi a misi,
Cchiu’ ti gustava, cchiu’ mi ‘ncarnai,
Tantu, chi dintra, pe lu pajisi
Jeu di fumari non ti dassai;
E cinquant’anni passaru ‘ntantu
Comu ‘nu sonnu, comu ‘nu ‘ncantu.
‘Ngrijatu appena, rosi e vijoli
Tuttu lu mundu quandu cumapri
A li baggiani beji figghioli,
Chiji li fimmani fannu ‘mpacciari,
Facia lu spicchissi, e caprijoli,
A zichi zachi lu caminari,
‘N’arrisi a Tresa, ‘n’occhiata a Rosa,
Chi bella vita, chi bella cosa!
E vota e gira, sempri fumandu,
E dassa e pigghia, vogghiu e non vogghiu,
Jia notti e juornu erramijandu,
Gridava patrima mu mi ricogghiu,
E jeu na petra; spassi, cantandu,
Ed a lu spissu quarch’autru ‘mbrogghiu;
E ‘mpini catti, m’annamurai;
Oh chija brunda non scuordu mai!
Pannizzijava, ciangia lu ventu,
Cucuji, lampi, acqua, tronava,
E ‘ncapputtatu mi stava attentu
Cumu ‘nu lepru s’ija affacciava;
Paria ‘nu seculu ogni mumentu,
Ogni minutu chi mai passava;
E ‘mpissicchiatu fermu a lu muru
Sempri fumandu dintra a lu scuru.
E doppu tantu friddu assaggiatu,
Sentia ‘nu pissi chi mi chimava;
Sbattia lu cori, non avia hjatu,
E mu rispundu non mi fidava;
Mi sentia propriu cumu ‘ncantatu,
Poi timidusu mi ‘mbicinava;
E pecchi tandu non nc’era luna
Fumava forti mu sindi adduna.
Tu li palori di meli e latti,
Li juramenti tutti sentisti,
L’appuntamenti, stari a li patti,
Mi tenia disculu, cca tu ciangisti,
Mentri facivi l’urtimi tratti
Di la vrigogna pe mia ch’avisti:
Era jeu disculu? beijzza mia,
Cu’ mai scordari si po’ di tia?
Chjnu d’amuri dintra a lu lettu
Non potia dormari nuja mujica,
Non nc’era modu pemmu rigettu,
Paria ca sugnu subbra a l’ardica,
Lu bruttu sonnu pe miu dispettu
Non volia scindari mu mi da’ prica;
T’inchia a la curma, t’appiccicava,
E accussi’ subitu m’addormentava.
Prima mu sona lu matutinu,
Comu lu solitu, mi rivigghiava;
Rocia la testa comu mulinu,
Penzava cosi chi mi scialava,
Cani, viaggi, soni, festinu,
Palazzi, amuri, ricchizzi a lava;
E lu toi fumu, pippa anticaria,
Li mei portava castej’ ‘n aria.
Tu senza fumu, senza tabaccu,
E jeu restava mestu e cumpusu,
‘Mpunta di l’anima sentia lu smaccu
Pecchi’ filava sempri a ‘nu fusu;
Mi vestia subitu, sbattia lu taccu,
E ti dassava tuttu stizzusu;
Ti cercu scusa, cu’ manca appara,
Pippa mia bona, cumpagna cara.
S’avia di bazzari china la testa
Mi li facivi ‘mprima spumari
Cu lu toi tartaru cuntra la pesta,
Autru ca hajavuru d’erba di mari,
Ch’avivi dintra, comu ‘na bresta,
E sentia frijari, ciangiuliari
Mentri pippava; chi fumu duci!
Pemmu lu lodu non haju vuci!
Oh quantu voti, quandu ‘ncignaru
Li patimenti, mi cumportasti!
Tu ‘ntra lu carciaru pensusu, amaru,
Tu pe lu siliu mi secutasti;
Si tutti l’autri s’alluntanarunu,
Pecchi tingiutu di brutti ‘mprasti,
Sula mi fusti fidili e pia,
E cunzigghiera, pippuna mia.
Verzu la sira quandu assulatu
Sentia sonari l’adimaria,
E ogni ricordu di lu passatu
S’apprisentava davanti a mia.
E chistu povaru cori ‘ncantatu
S’inchia di tennera malinconia,
E ruppia a chiantu; ma l’asciucavi
Cu lu toi fumu tantu suavi.
O segretaria, cara cumpagna,
Di la mia vita, di li prim’anni,
Si a rimitoriu, villa o campagna
Sugnu, si ‘ncelu cu Petru e Gianni,
Si miserabili, si ‘ncappa magna,
Dintra li gioji, dintra l’affanni,
Comu mi fusti, cara mi stai,
E t’amu sempri cchiu’ ca t’amai.
Venendu a morari dintra la fossa
Ti vogghiu accantu di mia curcata,
E accussi’ queti sarrannu st’ossa,
Chi sbattiu tantu fortuna ‘ngrata ‘
Ntra la tempesta cchiu’ scura e grossa,
Senza rigettu di ‘na jornata;
Passanu l’anni, chiusu, scordatu,
Dormu cuntentu, dormu mbijatu.
Poi quandu sona cu gran spaventu
L’urtima vota la ritirata,
E tutti currinu a ‘nu mumentu
Omani e fimmani a la Vajata,
Finca li morti, chi riggimentu!
Cu’ porta ‘n’anca, cu’ ‘na costata;
Jeu cu tia ‘mbucca cumparu tandu,
Ne’ mi lamentu, ne’ riccumandu.
Cadi lu suli, cadi la luna,
Li stiji cadinu, penza fracassu!
L’aceji cianginu, l’acqua sbajuna,
Li munti juntanu, sassu cu sassu ‘
Nsemi si pistanu, e ad una, ad una
Li cerzi stimpanu; si fa ‘nu massu!…
Sbampa lu focu, tuttu cunzuma…
Cu’ nd’eppi, nd’eppi, cchiu’ non si fuma!

giugno
7
2013

Portata in processione la statua di S. Antonio a Pernocari

PERNOCARI-07\06\2013 Accolta in un clima di festa e di preghiera la statua di S. Antonio da Padova Custodita nel convento di Rombiolo. Arrivata in piazza accolta da una folla di fedeli e devoti del Santo taumaturgo portata su di un camioncino e da quì portata a spalla fino in chiesa in processione, emozionante e molto suggestivo vedere la sacra effige varcare la soglia del portone e pensare che dopo tanto (troppo) tempo l’amore abbia preso il sopravvento sul rancore e sull’ignoranza, S. Antonio ritornato a Pernocari a portare la pace e la fraternità e non la discordia come il cuore umano a volte sa fare...

Per guardare le foto dell’evento clicca quì

Cenni storici sul convento di Rombiolo.

Rombiolo sorge tra le pendici di Monte Poro in una zona urbanizzata da millenni (Vibo Valentia, Tropea, Nicotera, Mileto ), che da secoli sono i punti di riferimento cittadino di questa collettività contadina e che gli ha consentito il suo progresso, grazie allo scambio economico e politico con la costa e con l’interno della regione. La nascita di Rombiolo è collegata con la fondazione del suo convento di Rombiolo che fu la prima opera artistica di Rombiolo dato che le prime tracce di insediamenti umani si allacciano con la presenza di monaci. Fondato, il 12 settembre del 1587, su un terreno, ceduto gratuitamente da un certo dottor Vincenzo Figliozzi e da alcuni proprietari limitrofi, fu costruito come i conventi della zona, in un luogo interno per evitare le scorrerie dei saraceni che spesso sbarcavano a Nicotera Marina. Per la costruzione del convento contribuirono gli abitanti di tutti i paesi vicini, che allora formavano i casali della città di Mesiano. L’inaugurazione della chiesa del convento da parte di monsignore Marco Antonio avvenne nel sinodo del 1591 che proclamò come primo superiore padre Pietro da Moladi della famiglia Barletta, divenuto in seguito padre provinciale dei cappuccini. Il più famoso cappuccino fu però fra Girolamo da Paradisoni che si distinse per la sua bontà fra la popolazione più povera. Le principali opere artistiche di quest’epoca si trovano quasi tutte esposte nel convento dove si

puòammirare: La sacra famiglia, una tela dipinta nel 1762 da Francesco Antonio Mergola di Monteleone (Vibo Valentia) che s’ispira addirittura ad un’opera di Raffaello esposta al museo del Louvre. Una statua di legno massiccio di S. Antonio da Padova, scolpita da De Lorenzo da Garipoli e offerta dalla famiglia Guerrera di Pernocari.
Sei altari che adornano la chiesa quattro di loro in legno tra la quale: un altare maggiore in legname, reso ancora più bello dal quadro della beata vergine degli angeli.
In quest’epoca si ricordano tre episodi:

1) Nel Marzo del 1643, un nobile palermitano mentre attraversava la strada che va da Tropea a Vibo fu investito da una bufera che pareva ucciderlo finché ad un tratto gli apparve Gesù Cristo che fece cessare il temporale. Quando egli ritornò a Palermo si ricordò dell’accaduto e per devozione offrì al convento una statua scolpita da uno scultore palermitano .
2) La chiusura del convento di S. Agostino, da parte del papa Innocenzo X; che si trovava tra Pernocari e Presinaci che consentì d’arricchire il convento di Rombiolo di molti oggetti preziosi furono.
3) Un episodio accaduto ad un giovane cavaliere di Motta Filocastro, che ospitato un giorno nel convento, sfidò un crocefisso dipinto al muro, puntandogli la pistola contro e lasciandosi partire un colpo che cosa strana ritorno indietro e colpi al cuore il cavaliere uccidendolo; diffusasi la notizia, il vescovo di Mileto ordino che il cadavere fosse seppellito ai piedi del crocefisso, affinché Gesù avesse pietà di lui e lo perdonasse. In quest’epoca cominciano ad esserci le prime rivalità tra Rombiolo e Pernocari per il culto di S.Antonio.

giugno
2
2013

Corpus Domini

La solennità del Corpus Domini (espressione latina che significa Corpo del Signore), più propriamente chiamata solennità del santissimo Corpo e Sangue di Cristo, è una delle principali solennità dell’anno liturgico della Chiesa cattolica.

Venne istituita l’8 settembre 1264 da papa Urbano IV Il suo scopo era quello di celebrare la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia.
La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia ed è stata istituita grazie ad una suora che  per prima volle celebrare il mistero dell’Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa. Il suo vescovo approvò l’idea e la celebrazione dell’Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della suora si trovava. In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa. Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all’Istituzione dell’Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l’attenzione si sposta sull’intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico. Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento. In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell’Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità.
In alcune località come anche a Pernocari lungo il percorso della processione viene realizzata l’infiorata, un tappeto naturale costituito da petali di fiori. Alcune tradizioni, vogliono che i petali utilizzati per la realizzazione delle opere floreali, debbano essere freschi e raccolti all’albeggiare. è tradizione allestire, lungo il tragitto della processione, alcuni altarini dove viene esposto il Sacramento per qualche minuto al suo passaggio. Gli altarini sono realizzati interamente a mano dalla gente del quartiere, che per l’occasione, caccia fuori dagli armadi le coperte più belle, utilizzate per abbellire l’altarino e il percorso della processione, stendendole sui balconi.

foto infiorata


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